STAFFETTA QUOTIDIANA

Cattaneo: bloccare gli investimenti costa come un capacity payment
  • 24/12/2011
Staffetta Quotidiana

Intervista all’a.d. di Terna. Infrastrutture e razionalizzazione del mix, anche chiudendo gli impianti che non servono.

Una politica che non sia solo tassazione ma anche misure fiscali per lo sviluppo, per uscire dalla stagione della Robin Tax. E una "pax elettrica" tra i diversi soggetti della filiera che non sia a spese del sistema. Flavio Cattaneo, a.d. di Terna è l'uomo dell'anno di Staffetta Quotidiana e Fondazione Energia per il 2011, anno in cui il Gestore della rete è stato al centro dei maggiori dibattiti in quanto punto nodale delle trasformazioni, a volte drammatiche, che hanno investito il settore: in cima a tutte l'impetuosa espansione delle rinnovabili, che ha inciso in profondità sia sugli equilibri di offerta e formazione del prezzo che sulla gestione del sistema. In questa intervista con la Staffetta, Cattaneo illustra la sua visione delle priorità della politica energetica e sulle strategie della società. E lancia l'idea di un'associazione delle reti. Primo compito di una strategia energetica nazionale dovrebbe essere indicare gli obiettivi prioritari, ha detto Alberto Clò il 13 dicembre scorso. A tal fine quali ritiene siano oggi le priorità di politica energetica per il Paese? In primo luogo c'è un'esigenza di sviluppo infrastrutturale nel campo della trasmissione ma anche in quello della distribuzione elettrica. Che devono viaggiare insieme a una riorganizzazione della produzione, considerando le nuove fonti e alcuni correttivi al mix. Va fatta un'analisi vera anche in un'ottica di rate-off, come si fa nei piani industriali per cui se una cosa non serve più si toglie. Per le centrali è lo stesso, se ve ne sono di non più efficienti vanno eliminate, inutile tenerle in funzione. A questo va aggiunto un piano per il risparmio energetico che inteso in senso ampio, è la nuova frontiera insieme alle fonti alternative. Impianti rinnovabili che devono essere fatti meglio e con meno incentivi. In sintesi, bisogna puntare sulle infrastrutture di rete nel loro complesso e immaginare un sistema che si modifica di pari passo con l'evoluzione tecnologica. Infine, serve una maggiore responsabilizzazione dei decisori politici. Oggi non c'è responsabilità politica nelle scelte autorizzative. A un presidente di Regione che rifiuta una centrale nel suo territorio tanto più se è una Regione in deficit energetico, si dovrebbe rispondere facendo pagare di più l'energia ai suoi abitanti. Che a quel punto valuteranno se votarlo o non votarlo alla prossima elezione. Ma anche questo punto deve rientrare in una strategia energetica più ampia. Come si dice da anni, manca un piano energetico nazionale. Abbiamo riempito regioni come la Calabria e la Puglia di centrali e allo stesso tempo ci sono regioni del Centro deficitarie. Da sei anni facciamo notare, anche per iscritto, che non ha alcun senso lasciare completamente libera la localizzazione degli impianti: ci è stato sempre risposto che una qualsiasi indicazione localizzativa sarebbe in contrasto con la libertà di mercato, anche se si potrebbe obiettare che le libere scelte di ciascuno non debbono poi ricadere sui costi di tutti. Il governo in carica ha creato un ministero forte per le infrastrutture e lo sviluppo. Nel contempo la fiscalità, anche con l'inasprimento della Robin Tax l'estate scorsa, colpisce negativamente il settore delle reti. Cosa potrebbe/dovrebbe fare la politica? Dalla politica mi aspetto che faccia norme per la crescita. Poi è chiaro che è compito delle imprese saper crescere, ma è alla politica che bisogna chiedere le condizioni. Servirebbe un meccanismo "americano", in cui in chi investe di più ha uno sconto fiscale e non un aggravio. Ad esempio, chi investe un 10% in più attiene una riduzione fiscale del 5%, chi investe un 20% aggiuntivo ottiene una riduzione fiscale del 10%, ecc. Naturalmente sempre dopo una verifica puntuale e rigorosa dei risultati. E a chi obietta che in questo modo lo Stato incasserebbe meno, andrebbe ricordato che senza quell'incentivo gli ulteriori investimenti non verrebbero comunque fatti. E' di queste norme che abbiamo bisogno, norme che sostengano lo sviluppo e le iniziative industriali, non solo nuove tasse. Occorre anche tagliare i costi, e tra questi ci metto anche tutta quella parte di burocrazia che con le sue decisioni ostacola lo sviluppo. E sul taglio delle spese bisogna stare attenti a non tagliare anche i rami che danno frutto ma solo quelli secchi. Il tema delle batterie è da mesi al centro di un confronto acceso con i produttori di energia, che chiedono che Terna non le realizzi, turbando la "pax elettrica" tra i diversi soggetti che operano nel settore. Siete determinati a realizzarle? Si dimentica spesso che i sistemi di accumulo, batterie e pompaggi, sono previsti dalla legge. Inoltre, sono necessari alla sicurezza del sistema, e chi ne ostacola la realizzazione si deve assumere la responsabilità dei rischi di disservizi derivanti dall'intermittenza delle fonti rinnovabili. Dire che ci ostiniamo a volerli fare è come dire che ci ostiniamo a rispettare la legge la tecnologia delle batterie è stata scelta non a caso per la sua flessibilità d'uso, mobilità e dimensionamento. A chi sostiene che è più conveniente costruire un elettrodotto perché costa meno, rispondo che se si sommano i tempi di autorizzazione e quelli di realizzazione, in tutto ci vogliono 8 anni, e allora nel computo totale si devono anche conteggiare i costi per i servizi di dispacciamento per quel periodo. I conti vanno fatti tenendo in considerazione tutti gli aspetti: dunque le batterie non sono solo più convenienti, ma sono anche convenientissime. Non vorrei che la "pax elettrica" si mantenesse a spese dei cittadini e delle imprese. Abbiamo un'occasione importante, creare un'industria nazionale per la produzione di sistemi di accumulo per far fronte alle esigenze del sistema elettrico italiano, per poi metterli a disposizione anche di altri paesi - penso ad esempio alla Germania - che hanno gli stessi problemi legati all’intermittenza delle rinnovabili. Non commettiamo lo stesso errore fatto col fotovoltaico, partiamo insieme per primi, una volta tanto, noi e le aziende di distribuzione. Quali sono i costi delle batterie, 400 mln per 130 MW? In realtà i costi sono inferiori, siamo nell'ordine dei 2,5 milioni di euro a megawatt, ed essendo un mercato che sta muovendo ora i primi passi, nel futuro i costi scenderanno. Non solo. Se le batterie si faranno in Italia l'investimento ritorna all'intero sistema sia in termini di risparmio sia in termini occupazionali. Le batterie tolgono però "spazio" ai produttori sul mercato della flessibilità proprio in una fase di grave crisi del settore della generazione. Gli operatori paventano la chiusura di impianti e, nel contempo, chiedono un capacity payment che sarebbe un ulteriore onere per il sistema. Piuttosto che questo non sarebbe meglio frenare sugli accumuli? Ripeto: le batterie rispondono a esigenze di sicurezza, inoltre fanno risparmiare il sistema. Non fare infrastrutture di rete è una sorta di capacity payment implicito, e allora sarebbe meglio farlo alla luce del sole, in modo che sia chiaro e trasparente, e soprattutto equo e non iniquo. Per quanto riguarda le problematiche occupazionali, il progetto industriale di cui ho parlato prima ha saldi occupazionali e di progresso senza eguali. Non si salvano posti di lavoro con posizioni di retroguardia che, al massimo, possono solo ritardare la fuoriuscita. Negli ultimi anni Terna ha operato come sviluppatore di impianti nel settore fotovoltaico. Come Gestore della rete, non dovrebbe invece concentrare tutte le sue risorse nello sviluppo della trasmissione? Il progetto fotovoltaico non ha tolto alcuno spazio al core business dì Terna, ed è una tesi che possiamo facilmente argomentare. Gli investimenti sulla rete sono cresciuti, lo dicono i numeri: lo scorso anno abbiamo investito 1 miliardo di euro e quest'anno arriviamo a quasi 1,2 miliardi, a riprova che non abbiamo abbassato la guardia né c'è stata disattenzione nei confronti dello sviluppo delle infrastrutture di trasmissione. Con un capex in continua crescita e un'accusa che non trova elementi di riscontro. Aggiungo che quella che è stata un'iniziativa occasionale, proprio perché Terna vuole evitare qualsiasi elemento conflittuale, nel nuovo assetto organizzativo viene del tutto separata e posta in una società che non ha niente ha a che vedere con la parte regolamentata. Il fotovoltaico è cresciuto in pochissimi anni da quasi 0 a 12.000 MW grazie a un'incentivazione molto generosa, con effetti anche molto pesanti sul sistema. Una simile politica non andrebbe ripensata? Sono d'accordo sulla necessità di ridurre gli incentivi, come per altro è stato già fatto, il che se il settore ha contribuito per quasi 15 miliardi di euro di Pil tra il 2010 e il 2011. E' stata compiuta una scelta industriale che bisogna avere il coraggio di sostenere. Quello che bisogna evitare è che l'energia degli impianti a fonte rinnovabile - che godono di ingenti incentivi pubblici e che hanno raggiunto con largo anticipo una capacità installata impensabile solo fino a pochi anni fa - non venga immessa nel sistema come invece in alcuni casi continua ad accadere, oltretutto con un aggravio di costo perché non va dimenticato che un impianto rinnovabile anche quando non produce viene comunque remunerato in bolletta. Quando entrerà in funzione il collegamento "Sorgente-Rizziconi" tra Sicilia e Calabria? Alla fine del 2013 entrerà in funzione il primo dei due cavi. A novembre Il Cda ha deliberato la riorganizzazione che prevede una suddivisione in tre socletà: holding, attività tradizionali e attività non tradizionali. A che punto è l'attuazione? Il nuovo assetto è stato deliberato, ora siamo nella fase attuativa. Sono già state costituite le nuove società, il prossimo anno saremo operativi. In realtà la società delle attività tradizionali è già a regime perché c'era già prima. L'altra, che si chiama Terna+ (Tema Plus, ndr), si sta formando e quindi si stanno valutando diverse opportunità di business. Dentro ci saranno attività non tradizionali sia in ambito nazionale che internazionale. Una fusione tra Snam e Terna è ancora una "chiacchiera da bar" come l'ha definita lei stesso nel maggio scorso? Non ci sono al momento elementi per poter ipotizzare una cosa del genere, le priorità sono altre. In questi anni la "pax elettrica” si è giocata e continua a giocarsi all'interno di Confindustria. L'associazione è ancora una sede adeguata per gestire le diverse anime dell'energia? Ritengo che serva un'associazione, terza rispetto ai produttori, sulle reti. Ormai siamo diventati un settore che in termini di fatturato supera altri settori e merita rispetto con una associazione ad hoc. Non possiamo proprio noi restare "figli di nessuno", l'esigenza di un'associazione industriale che faccia riferimento alle infrastrutture di rete del Paese è ormai impellente. Oggi gli operatori infrastrutturali sono distribuiti tra le varie associazioni, credo che abbiano una dignità tale da ambire ad un proprio riconoscimento, evitando infiltrazioni ibride. Vedremo chi se ne vorrà far carico.